Caro Marco,

eccomi!
Ho dormito tutto il giorno. Sono spossato per il tanto lavoro e non vedevo l’ora di scriverti.
Sono vicino alla Senna con l’Ipad e non sai quale gioia io provi.

E tu? Hai fatto il bagnetto?
Per la prima volta da solo?
Lo so, lo so, avresti voluto papà nella vasca come è avvenuto per nove mesi interi, senza mai una pausa.
Ma non potevo continuare così.

Dovevo vedere Parigi e ora sono qui. Ma non ti lascerò solo.

Adesso sarai a letto, io lo so.
Qui vicino c’è una fermata della metropolitana ed è uscita una coppia di tedeschi. Guardavano una cartina e volevano raggiungere l’Opera National. Io ho dato loro indicazioni perchè volevo parlare in tedesco.

È davvero strano tutto ciò Marco.
Al Viktualienmartk non amavo dare indicazioni ai turisti. Neppure ai tedeschi.
Quando ho lasciato la città erano arrivati diversi tifosi del Borussia Dortmund.
Mi chiedevano dove andare a mangiare.
Volevano sapere dov’è la Hofbräuhaus, la birreria più famosa di Monaco.

Allora non mi piaceva rispondere.
Ora invece parlo volentieri la tua lingua, mi sembra di esserti vicino, di non lasciarti solo.

Leggo persino giornali come Die Zeit, ma lo faccio sulle rive della Senna.
Qui tutto è diverso.

Lascierò tracce di me ovunque in modo che tu mi possa trovare.
Non mi cercherai, mio caro Marco, al mercato e neppure alla torrefazione.

Mi troverai nel ristorante della Weissenburgerstrasse fra la barba da fare di Sami e lo sguardo severo di Basim.
Perchè io sono lì.

Non cercarmi fra le tazze ordinate sopra la macchinetta del caffè.
E neppure nelle piastrelle arancioni tutte lucide o sotto il logo stampato amaranto su sfondo bianco.

Io sarò invece fra le doghe del letto dove dorme tua madre e mi sentirai scricchiolare ogni volta che andrai a dormire.
Perché io sono lì. E non ti lascerò mai solo.

Mi troverai nell’accusativo maschile singolare sbagliato; altre volte nel dativo plurale.

Non cercarmi, mio adorato Marco, nelle buone ragioni per chiuderti in casa all’ascolto di un talk-show sulla crisi petrolifera; ma vedrai il mio volto riflesso in questa pozzanghera che ora mi appresto a calpestare.

Eppure vista di qui, la mia vita di allora era bella.
Potevo bere caffè tostato da me e sentire l’orgoglio di essere un immigrato in terra straniera.

Vedo nel mio gingillo della Apple che c’è Anne Will che sta moderando sul caso Gheddafi: la svizzera deve bloccare i conti del dittatore? Doveva accettare il suo denaro senza porsi domanda alcuna su di lui?

Belle domande, caro Marco.
Se fossi al caldo nella mia vecchia casa mi farei le stesse domande.
E batterei le mani al giornalista più spavaldo sorseggiando il mio caffè.

Ma dovevo cambiare tutto. Proprio per stare vicino a te, per non lasciarti solo.
E sarò sempre vicino a te, anche qui, anche ora.

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